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Felice incontro con il sostegno a distanza di tre sostenitori in mozambico.
Di Paolo Giordano, Cristina Sabbatini e Ilaria Baragiola
 
Si fa presto a dire “adozione a distanza”, ma cosa si nasconde dietro queste parole? Moltissime sono ormai le organizzazioni che lavorano in questo campo nei piu’ sperduti paesi del cosiddetto “sud del mondo”, ma ognuna ha il proprio approccio particolare, la propria filosofia, la propria struttura organizzativa. Questa abbondanza, se da un lato permetterebbe di scegliere l’associazione a noi più vicina come progetti ed ideali, dall’altro può generare confusione.
Chi manda fondi, anche se minimi, vuole essere sicuro che i propri soldi siano ben spesi, ma a volte districarsi in questa giungla di Onlus, Ong e simili risulta complicato per chi non è addetto ai lavori. Se consideriamo anche i vari scandali venuti fuori negli ultimi anni, ecco che la sfiducia è molto diffusa e spesso la gente preferisce non approfondire per evitare spiacevoli soprese e disillusioni.
Quando con mia moglie ed una nostra amica abbiamo deciso di venire in Mozambico per un’esperienza di volontariato, ci è venuto naturale abbinare il viaggio ad una visita per conoscere la bimba che da più di 4 anni stiamo sostenendo a distanza. Il nostro atteggiamento era molto positivo, avevamo fiducia che la nostra scelta, avvenuta anni fa e mai rinnegata, di appoggiare il CCS fosse corretta. Non venivamo certo qui per fare gli ispettori, ma semplicemente per conoscere la bimba e tutte le persone che girano intorno ai progetti, che col duro lavoro rendono possibile lo sviluppo di aree altrimenti destinate ad un futuro nero come il carbone che ovunque qui viene venduto su misere bancarelle.
 
Al nostro atteggiamento positivo, però, facevano da contr’altare i commenti di molte persone che ci mettevano in guardia dalle sorprese che avremmo trovato in questo paese: “chissà se la bimba esiste veramente”, “tanto I soldi se li spende il padre per bere e lei neanche ci andrà a scuola” e cose simili.
Non abbiamo dato credito a queste teorie e abbiamo definito gli ultimi dettagli del viaggio, poi finalmente il 22 agosto abbiamo preso un aereo da Quelimane (la località dove avevamo speso le 2 settimane precedenti coi Frati Cappuccini) per Beira. La nostra eccitazione era al massimo. All’aeroporto abbiamo incontrato Jacques, il coordinatore del CCS per la regione di Sofala, e Pietro, un ragazzo italiano stabilitosi in Mozambico da circa un anno. La simpatia è scattata spontanea e reciproca e quasi immediatamente si è rotto quel sottile muro di “diffidenza” iniziale.
Come ci siamo poi confessati nei giorni successivi, da parte loro c’era il timore che venissimo a “rompere” e fare I giudici, da parte nostra la preoccupazione che ci considerassero più un impiccio che altro e che ci dedicassero il loro tempo di malavoglia. Tutto questo è crollato rapidamente, non appena ci si è resi conto che da ambo le parti gli interessi erano comuni. Abbiamo avuto modo di conoscere il fondatore del CCS, il signor Veziano, ed anche Umberto, un collaboratore esterno. Con tutti l’argomento di conversazione non era “la bambina mangia bene?”, “come va a scuola?”, “ha ricevuto la letterina?”, quanto piuttosto “come si può lavorare per far crescere questo Paese?”, “a che progetti state lavorando?”.
Su un approccio di questo tipo è stata improntata la nostra visita a Beira e dintorni. Certamente uno dei momenti più emozionanti è stato l’incontro con Paçiencia e la sua famiglia, istanti che non dimenticheremo facilmente, nei quali, sarà retorico dirlo, uno sguardo ed un sorriso valevano molto più di mille parole. Ci ha fatto enorme piacere l’accoglienza discreta che ci hanno riservato, le risate dei bimbi che giocavano lì intorno e che sono impazziti non appena hanno visto la macchina fotografica. Paçiencia per noi non e’ solo una bambina bisognosa di aiuto, ma vogliamo considerarla più un simbolo, un modo per dare un volto al destinatario ultimo del nostro contributo. Lei ha la sua famiglia e noi non vogliamo essere considerati come “i salvatori”, non ci piacerebbe se lei fosse il centro di mille attenzioni mentre intorno la gente a stento se la cava. Per questo motivo siamo contenti che vengano finanziati tanti progetti che diano una speranza per il futuro al maggior numero di persone possibile. Con Pietro abbiamo visitato numerose scuole costruite o ristrutturate grazie al CCS. A Manga abbiamo avuto modo di visitare la biblioteca e il laboratorio di informatica, un ottimo progetto che da la possibilità ai giovani locali di imparare tecniche di base oggi fondamentali. E’ anche stato attrezzato uno studio di registrazione e il primo video realizzato sta girando sulla rete nazionale, come dire un piccolo miracolo che si avvera.
Forse è stato a Tica che abbiamo toccato una delle realtà più dure dell’Africa: abbiamo visitato una scuola ed un centro dove vengono seguiti una ventina di orfani. Vedere ragazzine di 12 anni che portano sulle spalle bimbi avuti da gente sconosciuta, con il pericolo della HIV/SIDA che incombe, non è un’immagine che faccia bene. Però sono proprio queste realtà che fanno comprendere l’importanza delle attività che vengono svolte qui dal CCS, e di tutte le altre che verranno realizzate in futuro. Il lavoro certamente è duro e può spaventare, ma avendo visto coi propri occhi certe situazioni, non è possibile mantenere quel distacco e quell’indifferenza che facilmente si impossessano di noi in Europa.
Il bilancio del viaggio è certamente positivo: da parte nostra non potremo che continuare a sostenere quest’associazione perchè possa crescere sempre più ed abbia la possibilità di allargare il proprio raggio d’azione. Per tutti gli altri sostenitori il caloroso invito, se possibile, a ripetere un’esperienza simile alla nostra perchè sentiamo che sia l’unico modo per comprendere veramente il mondo che si cela dietro le parole “sostegno a distanza”.
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